Biagio Marin Biografia p.4
La poesia "non è costruzione intellettuale, fatto di volontà e di disciplina. Io, molte volte tra la veglia e il sonno, vedo in me molte poesie che poi lascio andare perchè mi secca svegliarmi, ma altrevolte in due minuti fisso nella carta la poesia che ho già trovato in me". Il mare è stato per Marin anche il luogo della pace, della ritrovata serenità, forse per quella prima scoperta, forse per l’intuizione della vita come totalità, soprattutto dopo i grandi momenti di sofferenza passati: dalla morte del figlio Falco (nel ’43, in guerra) al suicidio del nipote Guido nel ’77, dalla scomparsa della moglie Pina nel ’78 alla cecità e quasi sordità sopravvenute negli Anni Settanta.
La poesia diventa cioè il luogo del vivere, la sola presenza che valga "Parola, mio solo rifugio", si intitola significativamente una sua raccolta scritta gli inizi degli Anni Ottanta -, nonostante "tutto quello che può cadere addosso a un uomo ingenuo e imprevidente, nessuna amarezza esclusa", come scrisse genialmente Pier Paolo Pasolini. Il poeta resta lì, immerso, "a fare tutt’uno col mare, col cielo, coi gabbiani, coi bambini, con le sabbie, con le paludi, col sole, nel fuoco del sesso che copre il mondo con la sua lava celeste. Pur imparando tutto, il nostro poeta non ha imparato nulla. Ogni volta è come la prima volta" (ancora Pasolini). Non ha paura né dell’amore, né della morte, anzi riesce a parlare di queste senza la mediazione di una lingua che non sente sua (l’Italiano), ma con quella del cuore, quello della terra madre, il veneto gradese, un dialetto suo, che arricchisce di neologismi e con cui esprime la sua "tensione generatrice":.
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