Biagio Marin Biografia p.3
Il mare è lo spazio infinito da cui il poeta trae ispirazione e nel quale vagare, cercare, scoprire il Tutto, l’unitario Tutto, riconosciuto senso della sua vita e di ogni vita, umana e non. Nel 1980, in una sorta di confessione letteraria, Marin affermò, tra l’altro, che "il mare è stato per me la più pura parola dell’Alterità e la più immediata incarnazione della Divinità. Il cielo, e soprattutto il firmamento, certo, era anche lui parola divina, ma il mare era qualcosa di più. É come l’aria che permette il respiro. Il mare lo vedevo e non solo lo vedevo, ma in esso mi tuffavo, conoscevo i suoi capricci, le sue bellezze le ore meravigliose di "soio" e le ore di tempesta, alla sua vita partecipavo. Del resto i miei genitori erano tutti marinai e noi uscivamo padroni di un trabaccolo col quale io, insieme a mio padre, ho navigato molte volte le coste dell’Istria. Proprio lì, dentro il mio mare ho avuto la prima, più semplice rivelazione della presenza di Dio". Il mare per Marin non si può staccare dalla vita, dalle sue cose, dalle circostanze, dalla realtà, dal vero grande ispiratore della sua poesia: "Dio, el so poeta" (Dio, il suo poeta); Marin riconosce e scopre che la vita è unitaria. .Nel bene e nel male "vedeva e sentiva dovunque - come ha richiamato lo scrittore e saggista Claudio Magris -, anche nel dolore e nella morte, la sua unità, la possedeva con inebriata e inquietante sensualità che trovava desiderabile, anche il morire; non solo i gabbiani in volo nel cielo estivo ma anche i gabbiani morti sulla sabbia e avviati a dissolversi, che prendeva in mano quasi con desiderio".Dentro l’unitarietà della vita c’è la poesia, vista non come qualcosa di separato, di intellettualistico, ma come qualcosa che si "trova dentro".
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